Cani in Paradiso
Paolo Di Muro
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«Noi vogliamo correre» disse il Gordo per tutti.
Il Jefe lo guardò «Correre veloce?».
«Più veloce di ogni altro» rispose il ragazzo. Stava dritto, col petto gonfio e un accenno di sorriso in faccia, perché sapeva quel che diceva.
Il Jefe rimase in silenzio per un istante. Poi, d’improvviso, scoppiò a ridere, con quel modo arrogante che aveva di ridere degli altri.
«No me toca nada di quel che volete fare voi» rispose.
Il Gordo deglutì, ma non disse una parola.
«Tornatevene alle sottane delle vostre mamasitas» li sbeffeggiò il Jefe «e lasciate queste cose agli uomini».
Nessuno della banda ebbe il coraggio di replicare.
Il Jefe saltò sulla barca, facendola sbandare col suo enorme peso di uomo ricco e, con un cenno del capo, ordinò al marinaio di mettere in moto. La questione era chiusa.
La poppa ribollì, la barca scartò di lato con un battere d’elica e si allontanò dalla banchina, lasciandosi una scia bianca alle spalle e un odore forte di benzina mal bruciata.
«Voy a matarlo» sentenziò il Gordo, scrollando la testa.
A quel tempo il Gordo aveva superato i vent’anni d’un soffio. Per via dell’età e del corpo massiccio, alto più di ogni altro a Little Havana e largo più di ogni uomo che gli abitanti della Calle Ocho avessero mai visto, il Gordo non aveva faticato a ritrovarsi intorno la sua piccola banda, senza quasi neppure cercarla: gente magra come cani da caccia e con mani svelte come il vento che in certi giorni di agosto attraversa i Caraibi e risale rapido la curva del mondo fino alle coste della Florida, facendosi uragani.
Anche la fantasia della gente della Calle Ocho non aveva tardato a trovargli quel nome, El Gordo, il grasso, tanto calzante che aveva finito per cucirglisi addosso come una seconda pelle e più nessuno, da quelle parti, avrebbe immaginato di poterlo chiamare altrimenti. Forse neppure sua madre, se mai avesse saputo chi fosse. C’era da pensare, piuttosto, che il Gordo non avesse mai portato altro nome da quando si era affacciato alla vita, cubano fino al midollo, ma con l’America tutt’intorno, nel buio di un vicolo polveroso di Little Havana.
Quanto al resto, il Gordo aveva mani grandi, il collo massiccio e una testa che, pur essendo proporzionata, ugualmente si sarebbe detta fuori misura, per via di quei capelli piallati sul cranio, tanto corti da far pensare che fosse uscito proprio allora di prigione.
Paolo Di Muro, giovane e brillante ingegnere, appassionato di barche e letteratura, progetta cabinati e sistemi di propulsione per un’importante azienda tedesca. Dopo il successo di Noi, la Nautica, dedicato ai leggendari nomi della motonautica internazionale, ecco il suo primo romanzo, in cui le barche dividono la scena alla pari con i personaggi di un’emozionante, malinconica e crudele avventura.
